L’ATTIMO E LA MATERIA

di Oriana Rausa (2012)

Stoffa, texture e trame che svelano e compongono paesaggi e volti. La raffigurazione si fa materia e la materia a sua volta compone finestre che si affacciano su universi e realtà interiori. Volti e corpi si confrontano, si toccano ma quasi mai si incontrano. È questa la sensazione predominante delle opere di Alessandro Mangione. I materiali, nella ricerca stilistica dell’artista, sono i più disparati. Provengono dal riciclo, dall’uso e disuso: dal materiale di imballaggio, ad un vecchio puzzle, dai vecchi vestiti a tende e reti e su questi, o anche attraverso, si stagliano figure e pennellate di colore. La sostituzione della tela bianca è il punto di partenza della pittura personale e libera da schemi dell’artista. La base su cui impressionare la realtà non è una tela o un supporto bianco ma stoffa e materiale che ha una forma vissuta e familiare. La presenza di una texture ci dimostra come la visione della realtà non può partire da uno sguardo semplice e pulito, ma da uno sguardo filtrato in partenza. Il filtro è la materia, che guida le idee e le sensazioni. Viste da vicino le opere di Alessandro Mangione sono tattili. Le linee di colore seguono la texture della base e danno vita ad un gioco tra la figura della trama e le figure della rappresentazione. Solo nell’insieme la figura prende forma in un realismo che non ricerca il mimetismo fotografico ma una realtà sia intangibile, perché interiore, da indagare, sia particellare che indissolubilmente si lega a ciò di più fisico, il corpo anche nella sua nudità. Lo sguardo su questa realtà non è mai unico e netto. Non c’è un’idea definitiva, ma un punto di vista staccato che inquadra l’attimo nel suo fluire del tempo. Il tempo e lo spazio diventano così presi nell’istante, in quello scarto necessario di Godardiana memoria in cui l’attimo preso nel suo essere diventa simbolo di una condizione esistenziale. Il tratto caratteristico dello sguardo di Alessandro Mangione è il distaccamento dal centro, il dirottamento verso un particolare, uno sguardo a lato delle cose. Gli istanti sono presi fugacemente e l’inquadratura isola dei particolari, tagliando tutto lo spazio attorno. Lo spazio tagliato fuori è comunque aperto all’immaginazione del fruitore che disegna nella sua mente ciò che l’artista ha volutamente lasciato fuori. Il vuoto da riempire è un continuo divenire, un continuo ricambio corpi e volti e spazi. Da qui, l’attrazione dello sguardo del fruitore che si sposta incessantemente, nelle sue opere, da un dentro ad un fuori dell’opera. Da uno sguardo generale ad uno scrutare ogni particolare, ogni piega, ogni strappo. Da vicino le opere si arricchiscono di particolari inaspettati e diventano un puntinismo di espressioni e piccoli altri quadri, infiniti. Il corpo si fa e disfa come le pieghe di una tenda, la pelle si confonde con la trama, con i fiori, con una rete, con una stampa che diventa sia tatuaggio che nebbia leggera. Oltre al concetto della tela bianca anche lo spazio del quadro viene messo in discussione: l’interno viene frammentato in diverse forme di tessuto come singoli fenomeni di un sistema, come parti sovrapposte di storie diverse all’interno di un racconto senza cronologia. Le parti sono vicine, sovrapposte ma nello stesso tempo lontane anni luce. Lo sguardo non riesce a spiegare, e non lo pretende, ma vuole solo mostrare le evidenti discrepanze della realtà. Realtà dell’attimo, di uno sguardo, di un sorriso, di una posa, di un tramonto, sospeso e fermato nel fluire degli eventi, per poterne capire il senso.

 

 

 

 

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